In Italia il consumo di antibiotici continua a rimanere elevato, favorendo la diffusione di batteri resistenti ai trattamenti. Se non si interverrà con misure concrete, entro il 2050 l’antibiotico-resistenza (AMR) rischia di diventare la principale causa di morte nel nostro Paese, superando persino i tumori - cita cosi il dossier targato 2024 di AIFA.
Ogni anno, in Europa, si registrano oltre 670.000 infezioni provocate da microrganismi resistenti agli antibiotici. Secondo l’ultimo rapporto di sorveglianza dell’ECDC europeo, presentato il 18 novembre 2024 in occasione della Giornata europea dedicata alla lotta contro l’antibiotico-resistenza, queste infezioni causano più di 35.000 decessi: quasi un terzo avviene in Italia, che si conferma il Paese più colpito a livello europeo.
In Italia gli antibiotici vengono somministrati al 44,7% dei pazienti ricoverati, contro una media europea del 33,7%. Un utilizzo così massiccio crea un circolo vizioso: proprio l’abuso di antimicrobici favorisce la nascita di superbatteri resistenti ai farmaci disponibili.
Tra i patogeni più diffusi spiccano:
Klebsiella, che colpisce le vie urinarie con una mortalità fino al 50%;
Pseudomonas, responsabile di infezioni osteoarticolari con una mortalità che può raggiungere il 70%;
Escherichia coli, che provoca diarree anche sanguinolente;
Clostridium difficile, che si moltiplica nell’intestino con una mortalità a 30 giorni vicina al 30%.
Nonostante le campagne di sensibilizzazione, l’uso degli antibiotici nel nostro Paese continua a crescere: il 35,5% dei pazienti (ricoverati e non) ne ha ricevuto almeno uno negli ultimi due anni, contro il 32,9% del biennio 2016-2017.
La situazione varia sensibilmente da regione a regione. Un’indagine dell’ISS mostra che, dopo un intervento chirurgico, le infezioni contratte oscillano da un minimo di 70 ogni 15.000 dimessi in Abruzzo al record di 500 in Valle d’Aosta. Valori molto alti anche in Liguria ed Emilia-Romagna (454), seguite da Lombardia (300) e Lazio (211).
Secondo l’ultimo rapporto dell’ECDC, l’impatto sull’SSN è enorme: le infezioni da batteri resistenti comportano ogni anno 2,7 milioni di giornate di degenza ospedaliera e un costo pari a 2,4 miliardi di euro. Azzerare i microbi in ospedale è impossibile, trattandosi di un ambiente chiuso dove i pazienti portano con sé virus e batteri già dall’esterno. Tuttavia, secondo la SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), l’impatto di queste infezioni potrebbe essere ridotto del 30% avviando percorsi di prevenzione e gestione più rigorosi.
Per correggere la rotta, l’ECDC ha fissato alcuni obiettivi precisi da raggiungere entro il 2030, anche per l’Italia. Tra questi:
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ridurre del 18% il consumo di antibiotici a uso umano;
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portare al 65% la quota di antibiotici del gruppo “Access” (antibiotici a basso costo, quelli che si comprano nelle farmacie e parafarmacie), oggi fermi al 50,8%;
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tagliare del 18% l’incidenza delle infezioni da Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (che l’Italia ha già ridotto del 24,1% tra il 2018 e il 2023);
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ridurre del 12% le infezioni del flusso sanguigno da Escherichia coli resistenti alle cefalosporine di terza generazione (in calo del 14,8% negli ultimi 4 anni nel nostro Paese);
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abbassare del 5% le infezioni da Klebsiella resistenti ai carbapenemi, che invece in Italia sono aumentate del 10,2% tra il 2019 e il 2023.
In sostanza, i progressi verso gli obiettivi dell’UE sono ancora troppo limitati. Per esempio, l’uso degli antibiotici del gruppo “Access” non è aumentato, e dal 2019 non è cresciuto il numero di Paesi che hanno raggiunto la soglia del 65%.
Per questo motivo, l’ECDC invita i governi a rafforzare i programmi di “antimicrobial stewardship”, ovvero strategie mirate a un uso più appropriato degli antibiotici: scelta corretta del farmaco, dosaggio adeguato, via di somministrazione e durata della terapia.
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